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By Marcellus T. Mitsos

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I, XII, 11) — sono in funzione dei consoli, né i popoli dei re; ma al contrario, i consoli sono in funzione dei cittadini, e i re dei popoli». Il fine delle leggi è il bene comune, che è il fine di ogni società; e sono leggi 39 solo di nome quelle che non mirano al bene di chi ad esse è sottoposto, perché il diritto, nella sua essenza, non è altro che conformità con la volontà di Dio nelle cose umane, la quale, ovviamente, è volontà di bene (Mon. II, v, 2-3, 11, 4-5). Viene confermato, sotto l’aspetto politico, l’alto concetto che Dante ebbe della personalità umana e della missione dell’uomo nella vita terrena; e questo spiega, su un piano ideale, la ragione per cui la passione politica — prescindendo dai motivi di ordine biografico (la sua partecipazione al governo del Comune e l’esilio), che indubbiamente la fomentarono e approfondirono — doveva necessariamente occupare tanta parte della sua anima e riflettersi così ampiamente nella sua opera.

E la sentenza del magistrato non è né bella né brutta, ma solo giusta o ingiusta, rispondente, o non, alle 49 norme della legge; così come il processo genetico, per se stesso, non è né bello né brutto, ma solo pratico e volontaristico, più o meno felice, più o meno materiale e meccanico, e potrà anche finire per apparire quasi un gioco alla portata di tutti, una volta scoperto il meccanismo, mentre ciò che il poeta ha offerto alla contemplazione del lettore è la cosa generata, quella sua realtà fantastica concreta, una creatura viva.

Il suo sorriso per il «vil sembiante» che la terra mostra dall’alto dei cieli (Par. XXII, 134-138) è sopratutto una reminiscenza letterariofilosofica, sapientemente utilizzata a conclusione di un canto in cui gli accenti poetici più vivi sono quelli che esprimono i suoi persistenti interessi per la vita di questa «aiuola che ci fa tanto feroci», e che, invece, dovrebbe essere campo per l’esercizio delle virtù e dell’ingegno: sono, infatti, prima, lo sdegno contro la corruzione e l’avidità di ricchezze degli ordini monastici, poi, la franca affermazione dell’alto ingegno che natura gli aveva dato.

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